Come Funziona la Terapia (e l’Universo Mondo)

pipa magritte

Ho avuto la fortuna di assistere ad un bellissimo seminario di Ann Cecil-Sterman, un incontro dal valore umano e professionale incalcolabile. Ad un certo punto lei ha detto una cosa che in me tocca corde profonde, un concetto che è la radice di qualunque terapia e che Yuen ci ha ripetuto sempre, ma che forse stavolta è venuto fuori in modo ancora più chiaro e contundente.

Lo scrivo per condividerlo ma anche per ricordarlo a me stesso, dato che le epifanie tendono a durare poco.

Nella terapia la speranza non serve, è inutile lavorare con la speranza. Se voi sperate che un trattamento funzioni, una parte importante di voi considera l’idea che non funzionerà, questo verrà anche trasmesso al ricevente e il trattamento, in parte, è già rovinato.

La terapia funziona con la certezza. Ogni volta che fate un trattamento dovete essere certi che è la cosa migliore che avreste potuto fare per quella persona. Se non si rivela efficace, è perchè quella persona non vuole guarire o perchè non è nel suo destino che questo, nel dato momento, accada.

 

Non c’è spazio per il senso di colpa. Semmai, è il senso di responsabilità che ci porta a formarci, a studiare, a cercare la via migliore per trattare quella persona. Il senso di colpa per gli errori fatti – in questa prospettiva – non trova spazio perchè non ci sono errori.

Ognuno può interpretare questo concetto come vuole, se vuole. Dal mio punto di vista si tratta in qualche modo di una scelta e quindi di una credenza: scelgo di credere nella speranza (e nella colpa) oppure nella certezza (e nella – previa – responsabilità).

Qualcuno potrebbe opinare che scegliere la certezza equivale a deresponsabilizzarsi. Ma – se ho bene inteso l’approccio di Ann – a questa obiezione ci possono essere almeno due risposte:

La prima, che la responsabilità è sempre presente a priori. Significa che è l’impegno a dare il meglio, ad apprendere e coltivarsi per dare il meglio di sè, indipendentemente dai risultati. Siamo invece immersi in un contesto sociale in cui il meglio di noi stessi è proporzionato e commisurato agli obiettivi, alle mete raggiunte, al prodotto. Il nostro impegno diventa proporzionale all’ostacolo, il nostro merito proporzionale all’eccellenza del risultato, il nostro senso di colpa proporzionale alle sconfitte. E’ una responsabilità definita “a posteriori”, ossia misurata a seguito degli eventi della vita, piacevoli o meno. E’ questo un modello che ci fa vivere bene?

La seconda risposta è che, al di là di quello che la società richiede, di quello che possiamo considerare moralmente o professionalmente corretto, questa idea della certezza ha sì una base filosofica (taoista) ma ha anche un risvolto semplicemente pragmatico. Se ripenso alle parole di Ann, sono quasi sicuro siano state “la terapia non FUNZIONA così”: ossia, puoi anche non essere d’accordo, ma questo approccio funziona. E non si limiterebbe ad un comportamento da tenere nella terapia: così è la vita.

Dal punto di vista teoretico, poi, questa prospettiva richiama l’idea di una realtà basata sulle credenze o su “modelli”. Molte tradizioni, miti e discipline delle più disparate origini ci dicono che l’universo che vediamo è “virtuale”, ossia modificabile. La realtà intesa come nostra proiezione, individuale e collettiva, è dura da digerire razionalmente: dura quando sbattiamo la testa in tutta la fisicità di un muro, dura quando calcoliamo con precisione la traiettoria di un neutrino.

Eppure c’è chi, nonostante questo, la pensa così. Chi ci arriva da un punto di vista epistemologico o scientifico, chi meditando, chi studiando gli alieni e la PNL, chi a seguito di qualche esperienza folgorante.

In questa prospettiva soggettivistica della realtà, trovano spazio anche le tecniche di comunicazione. Penso ad esempio al principio di autorità e al principio di massa, così diffusi nelle nostre credenze quotidiane: di fatto, perchè crediamo che un qualcosa esista se non ne abbiamo avuto esperienza diretta? Principalmente perchè molti altri la pensano come noi (massa) o perchè qualche personalità influente o autorevole ci ha detto che è così (autorità).

In un modello oggettivista, questo accade per un fatto di probabilità: se tanti la pensano così, è probabile che sia vero. In un modello soggettivista, invece, questo è frutto della realtà che creiamo: se tanti credono* così, è probabile che la realtà ci si presenterà in quel modo. In altre parole, è probabile che abbiamo creato quella realtà.

Qualunque sia la prospettiva che adottiamo, varrebbe sempre il noto adagio che mi è sempre stato ripetuto sin da piccolo: prima bisogna imparare le regole, per poterle rompere. E quindi torno a studiare.

 

*Cos’è davvero una credenza? Ovviamente pensare che l’acqua bollente sia fredda non la fa diventare fredda. Tuttavia in ipnosi potremmo percepirla come fredda anche se è bollente. Ma pure in ipnosi non siamo in grado di attraversare i muri. Insomma, il livello di credenza e della realtá come rappresentazione non sono cosí facili da definire e da esperire. Quand’è che crediamo veramente qualcosa? E quando la nostra credenza é talmente forte, autonoma e radicata da essere indipendente da quello che “per tutti gli altri” é il comportamento consono della realtá?

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